Intervista con Stefania Divertito, autrice de “Uranio. Il nemico invisibile” Di Andrea Turetta, Babylonbus
Dopo
“Il fantasma in Europa” in cui si parla si Bosnia… arriva il tuo libro
“Uranio. Il nemico invisibile”… ce lo puoi presentare? Il
libro è il racconto dell’inchiesta giornalistica seguita in questi
ultimi cinque anni per Metro, il quotidiano per il quale lavoro. Nel
settembre del 2000 già circolavano le prime notizie di soldati italiani
ammalati di leucemia o di cancro dopo le missioni di pace
internazionale nei Balcani. Un anno prima c’era stata la prima vittima,
Salvatore Vacca, un ragazzo di Cagliari, morto per tumore. Cominciai a
lavorare su questo tema spinta dalla curiosità: da buona meridionale,
ho molti cugini impegnati nell’Esercito e che hanno prestato servizio
nei Balcani e mi chiedevo perché se l’uranio impoverito era così
innocuo come il ministero della Difesa sosteneva - e incredibilmente
sostiene tuttora!- contemporaneamente quello stesso ministero emanava
direttive e circolari ai comandi in Kosovo per mettere in allerta in
caso di contatto o di stazionamento prolungato in prossimità del
metallo. Il libro è un saggio un po’ particolare, perché ho voluto
usare la forma del racconto, proprio per renderlo fruibile a tutti,
perché spero che a leggerlo siano prima di tutto coloro che lavorano
nella Difesa, soldati in testa. Un racconto però rigoroso, dove ogni
cosa sostenuta è documentata in nota e in appendice.
Oltre che “nemico invisibile” sembra che qualcuno avesse poca voglia di parlarne… Anche
per questo è invisibile. Non se ne parla, se ne nega l’esistenza. In
audizione in commissione d’inchiesta l’attuale ministro della Difesa
Antonio Martino ha detto che l’uranio impoverito è un falso problema. È
come se non esistesse. Ovviamente questo non vale per chi si è ammalato
ed è morto, per le loro famiglie, e anche – devo dirlo – per i pochi
parlamentari che si stanno occupando da anni della vicenda.
Hai trovato difficoltà nello scrivere un testo-inchiesta di questo tipo? Sono
stata fortunata. Ho trovato una redazione e due direttori, Fabrizio
Paladini e l’attuale Giampaolo Roidi, che mi hanno sempre sostenuta.
Certo il ministero è stato avaro di notizie e parlare con loro
soprattutto nei primi anni è stato quasi impossibile, anche perché si
concedevano a quotidiani più “importanti”. Ma con il tempo hanno
imparato che ero un’interlocutrice tenace e così anche nel mondo
militare ho trovato persone disposte ad aprirsi.
Le tante
morti di giovani ex soldati hanno messo in luce questo problema. Ma
deve scapparci sempre il morto perché si corra ai ripari? Non
solo deve scapparci sempre il morto, ma deve essere un morto che fa
notizia. In Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Iraq, la popolazione è stata
sottoposta a un bombardamento intenso: giungono notizie che sia in atto
una strage di proporzioni ben maggiori che la nostra. Ma quei morti lì
non fanno rumore.
Ecco, cosa sta accadendo lì? Ci
giungono notizie frammentate, perché nella ex Jugoslavia non c’è più il
registro tumori unico e quindi è difficile comparare i dati. Ma alcuni
medici bosniaci e serbi sono venuti spesso anche in Italia per
denunciare l’incremento di leucemie e determinati tipi di tumori. La
nostra dottoressa Antonietta Gatti ha esaminato i reperti autoptici di
bosniaci con un innovativo microscopio e vi ha trovato la stessa
concentrazione di nanoparticelle di metalli pesanti di forma
tondeggiante simile a quella dei nostri soldati.
Usciranno alla fine dei colpevoli per le tante negligenze che sembrano esserci state? I
colpevoli sono già usciti. Basta farsi un giro sull’Ansa e confrontare
le dichiarazioni e le notizie emerse nel tempo. E soprattutto basta
risalire la scala gerarchica dei vertici militari ai tempi in cui
arrivavano anche in Italia le informative Nato – documenti ufficiali –
con cui si metteva in guardia sull’utilizzo di uranio. Sono persone
che, nella migliore e più innocente delle ipotesi – hanno preso
sottogamba il problema. Ma se la domanda è: se la commissione
d’inchiesta che sta lavorando al Senato riuscirà a individuare dei
colpevoli, la risposta è no. Otto mesi di lavoro per i consulenti della
commissione sono davvero troppo pochi per venire a capo di una faccenda
simile.
È stato difficile fare chiarezza tra tante notizie spesso inesatte o parziali? Sì,
e ancora oggi è difficile proseguire. Bisogna essere sempre aggiornati
perché una falsa notizia può essere diffusa da chiunque. Come quando si
parlò dei vaccini: a un certo punto sembrava che le morti dipendessero
da un cocktail di vaccini. Poi si è scoperto che non è così, ma nel
frattempo erano state confuse le acque e soprattutto persi mesi
importanti per le ricerche.
La scienza è in grado di stabilire una connessione tra le morti e l’uso dei proiettili all’uranio impoverito? La
scienza è in grado di stabilire un collegamento certo ma indiretto tra
l’uranio e le morti. La dottoressa Gatti che ho citato prima ha
individuato nei corpi dei soldati queste nanoparticelle di metalli
pesanti di forma sferica. Tale forma sferica si ottiene quando i
metalli fondono a temperature elevatissime, superiori ai 2500 gradi. In
territorio bellico solo due materiali riescono a bruciare a quelle
temperature: l’uranio impoverito e il tungsteno. Ma c’è una differenza
tra i due: l’uranio è gratis perché è lo scarto delle lavorazioni delle
centrali nucleari. Pertanto è stato e sarà diffusamente impiegato.
Quindi l’esplosione di proiettili di uranio impoverito veicola nel
corpo di chi inala l’aerosol di quelle polveri, nanoparticelle di
metalli pesanti. Se l’uranio non è il killer, è però il mandante delle
morti.
È stato certamente difficile scrivere un testo come questo… leggo che ci hai impiegato circa cinque anni… Sì,
cinque anni in realtà per condurre l’inchiesta. Poi tutto l’anno scorso
per scrivere il libro. È stato difficile cercare di rendere scorrevole
alcuni paragrafi che per forza di cose dovevano parlare di chimica,
fisica oppure di intricate vicende burocratico-amministrative. I
paragrafi più difficili sono stati però quelli in cui parlo dei ragazzi
morti. Li conoscevo e con alcuni di loro ero amica. Avevo paura di
sprofondare nella retorica o di avere uno stile troppo partecipativo
Con questo volume ti sei aggiudicata il premio “Cronista Piero Passetti 2004”, una bella soddisfazione… Sì,
essere lì, tra tutti i colleghi che contano, con un’inchiesta snobbata
da tutti e soprattutto fatta da un giornale gratuito… in genere la free
press viene considerata stampa di serie B, invece Metro ha condotto più
di un’inchiesta in questi anni.
Cosa importante. Ti sei unicamente concentrata su fatti concreti e documentati più che sui “rumors”… Beh
devo dire che non è stato sempre così. La cantonata dei vaccini, ad
esempio, aveva convinto anche me. Però questo è il vantaggio di
scrivere un libro rispetto a un pezzo sul giornale: hai il tempo di
rifletterci con calma e di verificare tutte le fonti una ad una.