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Uranio, una sottile linea di menzogne e dolore
di Stefania Divertito

C’è una linea sottile che collega i Balcani all’Iraq, all’Afghanistan e ai poligoni militari sardi. Una linea fatta di nomi, cognomi, storie. Mai storie a lieto fine.

Almeno 44 sono i soldati italiani morti per linfoma di Hodgkin e leucemia al ritorno dalle missioni di pace internazionale. I malati, secondo l’Osservatorio Militare, una delle associazioni di tutela delle vittime delle Forze armate, sarebbero più di 300.

È stata definita “Sindrome dei Balcani” quella che ha colpito i nostri soldati, ma le associazioni militari avvertono: potrebbe esistere anche una sindrome afgana o irachena. Perché in tutti questi teatri è stata utilizzata un’unica arma: l’uranio impoverito.

Le stesse malattie hanno colpito anche gli abitanti della piccola frazione di Quirra, provincia di Cagliari, che ha come unica “colpa” quella di essere situata a ridosso del poligono di tiro sperimentale più grande d’Italia: Salto di Quirra. Decine di persone ammalate di linfoma e 14 bambini nati con malformazioni genetiche. Qui “ufficialmente” l’uranio impoverito non è mai stato utilizzato anche se le coincidenze sono tante. Cos’è che uccide i nostri soldati e gli abitanti di Quirra?

L’11 maggio il ministro della Difesa Antonio Martino davanti ai senatori della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito non ha avuto dubbi: «L’uranio impoverito non è il colpevole dei linfomi e delle neoplasie. Il nesso causa effetto non è stato dimostrato anzi importanti studi scientifici testimoniano quanto sto dicendo».

Il ministro però non ha detti quali fossero questi studi, quali gli enti di ricerca coinvolti, quali gli studiosi impegnati.

In realtà, perfino la garantista commissione medico scientifica presieduta dal professor Franco Mandelli nella terza e conclusiva relazione del 2002, mostrò dei dubbi: «Non abbiamo trovato il nesso causa effetto tra le malattie e l’uranio impoverito – sostenne la commissione – ma non possiamo neanche scagionare al 100% l’uranio».

Aggiunse poi, scrivendolo nel documento, che la letteratura scientifica di riferimento risale a Hiroshima e Nagasaki, dove l’irradiamento avveniva dall’esterno, mentre nei nostri soldati, che hanno inalato nei Balcani aerosol di uranio impoverito, la contaminazione avviene dall’interno dell’organismo, e quindi, in base alle informazioni esistenti, non è possibile arrivare a una conclusione univoca.

A differenza delle coriacee certezze della politica, la scienza in questi anni si è posta dubbi e ha proseguito i suoi studi, tanto che a oggi possono essere annotate importanti novità, che difficilmente trovano spazio sui quotidiani o nei tg nazionali. La dottoressa Antonietta Gatti del policlinico di Modena, utilizzando uno speciale microscopio a scansione elettronica, ha trovato nei tessuti bioptici e negli sperma dei soldati malati e negli abitanti di Quirra, le stesse particelle esogene di metalli pesanti.

Si tratta di leghe metalliche nate da una chimica nuova, hanno forma sferica queste nanoparticelle, segno che si sono formate a temperature elevatissime, almeno a tremila gradi. E l’uranio impoverito, in teatro di guerra, brucia a quelle temperature.

Fonti militari hanno sempre sostenuto che il tempo di sospensione delle particelle prodotte dalla esplosione di uranio impoverito sarebbe minimo, vanificandone quindi la tossicità chimica. Teoria sbagliata. E a sostenerlo è l’Apat, agenzia italiana per la protezione ambientale: «Nove anni dopo la fine della guerra la contaminazione da uranio impoverito è ancora presente in alcuni siti bombardati in Bosnia», si legge in un dettagliato rapporto pubblicato l’anno scorso dai ricercatori dell’Apat sulla rivista olandese di chimica atmosferica.

L’Unep (agenzia Onu per l’ambiente) ha selezionato in Bosnia 15 siti, cinque bombardati dalla Nato con munizioni a uranio impoverito, e altri dove le istituzioni locali presumevano ci fosse uranio, e ha affidato le analisi ai laboratori dell’Apat: i licheni, vere e proprie cartine di tornasole della qualità dell’ambiente, sono stati separati da cortecce, terreno, insetti e ogni altro materiale estraneo. «I nostri strumenti – sostengono i ricercatori dell’Apat – hanno distinto l’uranio impoverito, di orgine antropogenica, quindi prodotto dall’uomo, da quello preesistente in natura. Ebbene, in tutti i campioni esaminati c’era il 3% di uranio 238 (l’isotopo del metallo impoverito) rispetto l’1,1% uranio 234 (presente in natura)».

Se licheni e cortecce sono così fortemente contaminati a nove anni di distanza dalla guerra, c’è da chiedersi cosa accada alla popolazione locale che respira quelle sostanze tutti i giorni.

È l’università tedesca di Brema a rispondere: a febbraio 2005 si è svolto ad Amman, in Giordania, un workshop tra medici tedeschi e colleghi iracheni di Basrah, Erbil e Baghdad. Il registro tumori iracheno nonostante due guerre e 10 anni di embargo si è straordinariamente preservato tanto che i medici di Baghdad hanno potuto condurre uno studio epidemiologico nel governatorato.

Ebbene, c’è stato un incremento esponenziale dei cancri al sistema linfatico e polmonari. «Certo – sottolinea il professor Wolfang Hoffmann, epidemiologo dell’istituto di medicina generale dell’università tedesca di Greifswald e coordinatore del progetto di ricerca – bisogna tenere conto dei mezzi esigui a disposizione dei colleghi, però bisogna sostenere a gran voce che l’uranio impoverito provoca un inquinamento bellico diffuso e dannoso. Su questo la scienza ha raggiunto in tutto il mondo risultati univoci. Chi sostiene il contrario è in malafede».

Ora su tutto è arrivata la conclusione della commissione d’inchiesta al Senato: è stato l’inquinamento ambientale a uccidere i soldati. È un primo, significativo, passo per il riconoscimento del risarcimento danni che spetta alle famiglie dei soldati e per il quale lo studio legale dell’avvocato Tartaglia ha recentemente definito querele in sede legale e denunce in sede civile. La battaglia, per il diritto alla verità e alla giustizia, dalle aule del parlamento si sposta quindi a quelle dei tribunali.


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