C’è
una linea sottile che collega i Balcani all’Iraq, all’Afghanistan e ai
poligoni militari sardi. Una linea fatta di nomi, cognomi, storie. Mai
storie a lieto fine.
Almeno 44 sono i soldati italiani morti per
linfoma di Hodgkin e leucemia al ritorno dalle missioni di pace
internazionale. I malati, secondo l’Osservatorio Militare, una delle
associazioni di tutela delle vittime delle Forze armate, sarebbero più
di 300.
È stata definita “Sindrome dei Balcani” quella che ha
colpito i nostri soldati, ma le associazioni militari avvertono:
potrebbe esistere anche una sindrome afgana o irachena. Perché in tutti
questi teatri è stata utilizzata un’unica arma: l’uranio impoverito.
Le
stesse malattie hanno colpito anche gli abitanti della piccola frazione
di Quirra, provincia di Cagliari, che ha come unica “colpa” quella di
essere situata a ridosso del poligono di tiro sperimentale più grande
d’Italia: Salto di Quirra. Decine di persone ammalate di linfoma e 14
bambini nati con malformazioni genetiche. Qui “ufficialmente” l’uranio
impoverito non è mai stato utilizzato anche se le coincidenze sono
tante. Cos’è che uccide i nostri soldati e gli abitanti di Quirra?
L’11
maggio il ministro della Difesa Antonio Martino davanti ai senatori
della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito non ha avuto
dubbi: «L’uranio impoverito non è il colpevole dei linfomi e delle
neoplasie. Il nesso causa effetto non è stato dimostrato anzi
importanti studi scientifici testimoniano quanto sto dicendo».
Il ministro però non ha detti quali fossero questi studi, quali gli enti di ricerca coinvolti, quali gli studiosi impegnati.
In
realtà, perfino la garantista commissione medico scientifica presieduta
dal professor Franco Mandelli nella terza e conclusiva relazione del
2002, mostrò dei dubbi: «Non abbiamo trovato il nesso causa effetto tra
le malattie e l’uranio impoverito – sostenne la commissione – ma non
possiamo neanche scagionare al 100% l’uranio».
Aggiunse poi,
scrivendolo nel documento, che la letteratura scientifica di
riferimento risale a Hiroshima e Nagasaki, dove l’irradiamento avveniva
dall’esterno, mentre nei nostri soldati, che hanno inalato nei Balcani
aerosol di uranio impoverito, la contaminazione avviene dall’interno
dell’organismo, e quindi, in base alle informazioni esistenti, non è
possibile arrivare a una conclusione univoca.
A differenza delle
coriacee certezze della politica, la scienza in questi anni si è posta
dubbi e ha proseguito i suoi studi, tanto che a oggi possono essere
annotate importanti novità, che difficilmente trovano spazio sui
quotidiani o nei tg nazionali. La dottoressa Antonietta Gatti del
policlinico di Modena, utilizzando uno speciale microscopio a scansione
elettronica, ha trovato nei tessuti bioptici e negli sperma dei soldati
malati e negli abitanti di Quirra, le stesse particelle esogene di
metalli pesanti.
Si tratta di leghe metalliche nate da una
chimica nuova, hanno forma sferica queste nanoparticelle, segno che si
sono formate a temperature elevatissime, almeno a tremila gradi. E
l’uranio impoverito, in teatro di guerra, brucia a quelle temperature.
Fonti
militari hanno sempre sostenuto che il tempo di sospensione delle
particelle prodotte dalla esplosione di uranio impoverito sarebbe
minimo, vanificandone quindi la tossicità chimica. Teoria sbagliata. E
a sostenerlo è l’Apat, agenzia italiana per la protezione ambientale:
«Nove anni dopo la fine della guerra la contaminazione da uranio
impoverito è ancora presente in alcuni siti bombardati in Bosnia», si
legge in un dettagliato rapporto pubblicato l’anno scorso dai
ricercatori dell’Apat sulla rivista olandese di chimica atmosferica.
L’Unep
(agenzia Onu per l’ambiente) ha selezionato in Bosnia 15 siti, cinque
bombardati dalla Nato con munizioni a uranio impoverito, e altri dove
le istituzioni locali presumevano ci fosse uranio, e ha affidato le
analisi ai laboratori dell’Apat: i licheni, vere e proprie cartine di
tornasole della qualità dell’ambiente, sono stati separati da cortecce,
terreno, insetti e ogni altro materiale estraneo. «I nostri strumenti –
sostengono i ricercatori dell’Apat – hanno distinto l’uranio
impoverito, di orgine antropogenica, quindi prodotto dall’uomo, da
quello preesistente in natura. Ebbene, in tutti i campioni esaminati
c’era il 3% di uranio 238 (l’isotopo del metallo impoverito) rispetto
l’1,1% uranio 234 (presente in natura)».
Se licheni e cortecce
sono così fortemente contaminati a nove anni di distanza dalla guerra,
c’è da chiedersi cosa accada alla popolazione locale che respira quelle
sostanze tutti i giorni.
È l’università tedesca di Brema a
rispondere: a febbraio 2005 si è svolto ad Amman, in Giordania, un
workshop tra medici tedeschi e colleghi iracheni di Basrah, Erbil e
Baghdad. Il registro tumori iracheno nonostante due guerre e 10 anni di
embargo si è straordinariamente preservato tanto che i medici di
Baghdad hanno potuto condurre uno studio epidemiologico nel
governatorato.
Ebbene, c’è stato un incremento esponenziale dei
cancri al sistema linfatico e polmonari. «Certo – sottolinea il
professor Wolfang Hoffmann, epidemiologo dell’istituto di medicina
generale dell’università tedesca di Greifswald e coordinatore del
progetto di ricerca – bisogna tenere conto dei mezzi esigui a
disposizione dei colleghi, però bisogna sostenere a gran voce che
l’uranio impoverito provoca un inquinamento bellico diffuso e dannoso.
Su questo la scienza ha raggiunto in tutto il mondo risultati univoci.
Chi sostiene il contrario è in malafede».
Ora su tutto è
arrivata la conclusione della commissione d’inchiesta al Senato: è
stato l’inquinamento ambientale a uccidere i soldati. È un primo,
significativo, passo per il riconoscimento del risarcimento danni che
spetta alle famiglie dei soldati e per il quale lo studio legale
dell’avvocato Tartaglia ha recentemente definito querele in sede legale
e denunce in sede civile. La battaglia, per il diritto alla verità e
alla giustizia, dalle aule del parlamento si sposta quindi a quelle dei
tribunali.